Come un ecosistema degradato si trasforma nel Paziente Zero
Secondo David Quammen, uno dei più autorevoli scrittori e divulgatori scientifici, oggi le sfide che il mondo globale si trova a fronteggiare sono tre: The Three Rivers of Woe. Cambiamento climatico, perdita di biodiversità e patologie infettive emergenti, problematiche che condividono una causa comune, l’espansione umana incontrollata, che Quammen rappresenta in senso metaforico come un grande ghiacciaio che si fonde velocemente, alimentando e ingrossando i tre fiumi della crisi.
Salute globale e biodiversità
L’aumento dell’impatto antropico, infatti, inteso non solo come aumento delle dimensioni della popolazione umana ma soprattutto come utilizzo delle risorse del pianeta, è alla base della distruzione degli habitat. Questo fattore, insieme al cambiamento climatico, condiziona la riduzione della biodiversità a livello globale. I patogeni riducono la circolazione nelle specie animali e si avvicinano sempre più a quella umana, determinando l’aumento del fenomeno dello spillover, ovvero il momento critico in cui un patogeno compie il salto di specie dagli animali all’uomo (zoonosi). Se il patogeno si adatta e riesce a replicare efficacemente, la malattia inizia a trasmettersi da un individuo all’altro, diventando una patologia a carattere zoonotico, creando focolai sempre più ampi a seconda della patogenicità sviluppata.
La distruzione degli habitat, in modo particolare la deforestazione delle aree tropicali che ospitano un’elevata biodiversità, è un punto cruciale nella diffusione di queste patologie emergenti.
Gli ecosistemi sani agiscono come barriere attraverso l’effetto di diluizione: in una foresta ricca di biodiversità, la presenza di molte specie “ospiti non competenti” riduce la probabilità che un patogeno si diffonda efficacemente fino a raggiungere l’uomo.
Al contrario, il degrado ambientale favorisce le specie generaliste e resilienti, come alcuni roditori e pipistrelli. Queste specie non solo prosperano in ambienti degradati, ma sono spesso i portatori più efficaci di virus zoonotici. Mantenendo le foreste intatte, queste popolazioni ad alto rischio restano confinate lontano dagli insediamenti, stabilizzando le dinamiche di trasmissione naturali e proteggendo la salute umana.
Prevenzione della deforestazione restauro ecologico
In uno studio recente disponibile in preprint su AirXiv, gli autori propongono una metodologia innovativa per individuare le aree prioritarie di conservazione finalizzate a ridurre il rischio di spillover zoonotici. I risultati sono da ritenersi preliminari e non ancora completamente validati.
L’analisi dei dati più allarmanti riguarda la vulnerabilità territoriale. Sono stati identificati circa 198.000 km² di aree prioritarie per la prevenzione della deforestazione dove il rischio di spillover è massimo. Tuttavia, il 95% di queste zone critiche non gode attualmente di alcuna protezione formale. Queste aree sono state classificate come prioritarie incrociando tre fattori determinanti:
- Biodiversità dei taxa ospiti: un’elevata ricchezza di specie (primati, pipistrelli, roditori e uccelli) note per essere serbatoi naturali di virus.
- Rischio di deforestazione entro il 2050: territori integri ma minacciati da una rapida conversione verso usi agricoli o estrattivi.
- Costi di opportunità contenuti: aree dove proteggere la natura comporta una perdita economica relativamente contenuta. In questo modo vengono escluse le terre più preziose per l’agricoltura e la produzione di cibo, così da proporre interventi di conservazione efficaci senza entrare in conflitto con la sicurezza alimentare.
Oltre alla prevenzione della deforestazione, gli autori propongono interventi di restaurazione ecologica per aree già degradate. In accordo con il paradigma “One Health”, il ripristino ambientale permette di ricostruire la complessità ecologica e di ristabilire le dinamiche necessarie a regolare le popolazioni animali portatrici di malattie, a salvaguardia della salute umana.
Lo studio identifica 277.000 km² dove il ripristino tramite rigenerazione naturale potrebbe abbattere drasticamente l’intersezione tra fauna selvatica, animali d’allevamento e specie umana. Le specie zootecniche, in particolare suini e pollame, agiscono spesso come serbatoi per i patogeni. Negli allevamenti intensivi a ridosso delle foreste degradate, l’infezione da parte di diversi ceppi virali permette fenomeni di ricombinazione, che possono generare nuovi virus capaci di scatenare epidemie umane.
Interventi conservativi preventivi si dimostrano strumenti efficaci anche da un punto di vista economico.
“Investire nella prevenzione costa una frazione della mitigazione, eppure gli investimenti attuali si concentrano sulla mitigazione. Il degrado ambientale è chiaramente collegato al rischio di spillover e intervenire nelle aree ad alto rischio offre rendimenti elevati.”
Nel 2020, la contrazione dell’economia mondiale dovuta alla pandemia è stata del 4,3%, pari a circa 3,6 trilioni di dollari. I dati suggeriscono che investire nella prevenzione ecologica costerebbe solo una minima parte rispetto alla gestione delle crisi sanitarie.

Una Mappa per la sicurezza globale
L’innovazione tecnologica fornisce oggi gli strumenti per un’azione mirata. Grazie all’uso di Google Earth Engine, sono state create mappe ad alta risoluzione (1 km) che integrano densità umana, allevamenti e biodiversità.
Questa piattaforma rappresenta un potente strumento di empowerment poiché permette di regolare i parametri e adattare l’analisi alle priorità specifiche di ogni regione. Gli hotspot identificati dove il rischio è catalizzato dalla sovrapposizione tra biodiversità e agricoltura intensiva includono:
- India occidentale (Ghati occidentali).r annunciato un rafforzamento delle sanzioni — già ritenuto insufficiente dalle associazioni — il governo ha fatto marcia indietro sotto la pressione del mondo venatorio, riducendo le sanzioni per chi uccide specie protette e rendendo facoltativa, invece che obbligatoria, la sospensione della licenza di caccia.
- Brasile sud-orientale (Foresta Atlantica).
- Africa occidentale e aree forestali dell’Etiopia centrale.
- Sud-est asiatico (Sumatra, Giava e Penisola Malese).
Approccio tecnologico e scientifico per la sicurezza sanitaria
Secondo la prospettiva One Health, proteggere le aree di foresta identificate come critiche rappresenta un vero e proprio intervento diretto di salute pubblica, riconoscendo che la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente rappresentano un unico, indivisibile sistema. La tecnologia e i dati scientifici ci dicono esattamente dove intervenire con la massima efficacia e il minor costo.
La nostra capacità di prevenire la prossima pandemia potrebbe dipendere dalla volontà di agire su quella frontiera sottile tra il limite della foresta e l’inizio del contesto urbanizzato.
Fonte: Teixeira Viotti, L. (2026). Conservation priority mapping to prevent zoonotic spillovers. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.18305524